domenica 16 ottobre 2011

Metti in m'odio.

E sono sempre i cieli lontani quelli che ci mancano terribilmente e per andare a vederli dobbiamo restare sconosciuti per sempre. E' una specie di pegno, pagando il quale potremo stupirci dell'esserci trovati.

sabato 15 ottobre 2011

Stretta d'immane.


Come togliersi di mezzo e lasciar passare il tempo che arriva di molto lontano, a velocità parecchio sostenuta. Andiamo a guadare il fiume e non ci sono fiumi per chilometri. Andiamo a sondare il terreno e solo cemento ci è dato di camminare. Andiamo a portare un ricordo all'uomo che ha saputo vivere delle sole parole necessarie. Andiamo a regalargli un paio di lacrime inutili. Andiamo ad avvicinare l'orizzonte alle braccia tese degli altri. Andiamo a prenderci per mano, molto lontano, dove non possiamo vederci. Andiamo a correre dietro alle lucertole che si sono spinte persino in città. Andiamo a scalare i palazzi fingendo che sotto scorra un torrente dalle acque basse e furibonde. Andiamo a sentire il mare con la punta del piede per correre subito dove la sabbia odora ancora d'inverno. Andiamo a cercare le albe, sperando che abbiano una luce diversa dalle migliaia che abbiamo fotografato. Andiamo a mettere i gomiti dentro all'erba appena tagliata e nessuno la taglia da un pezzo. Andiamo a strappare dalle pareti tutti i calendari del mondo e facciamo dei secoli l'unica unità di misura. Andiamo a chiedere il permesso per vivere più degli altri e nessuno comanda fino a questo punto e nessuno ce lo potrà negare. Andiamo, ti prego, andiamo da qualche parte anche senza parlare ma lasciami libere le dita. Andiamo e tienimi i polsi. Andiamo e sorridi che ho la faccia seria per entrambi e le porte restano chiuse per chi non sa fare smorfie col viso. Andiamo senza preoccuparci del fiato e ridiamo delle discese che sanno farci cadere. Andiamo che ho voglia di andare e gridami che non è troppo tardi e fallo per tutto il tempo che puoi. Andiamo. Andiamo. Andiamo.

martedì 11 ottobre 2011

Circumnavicara.

Ed infine ho sognato di te le sole parole che avrei voluto sentirmi dire. Ho attraversato infinite volte l'enormità del letto con le mani. Ho alzato ogni giorno lo sguardo allo specchio e, mentre l'acqua lasciava il volto lanciandosi senza paura nel lavabo, ho pensato a un modo diverso per godermi la tua mancanza. Ed infine sono guarito. E' bastato mentire a me stesso.

lunedì 10 ottobre 2011

Tiriterra.




Vienimi a prendere e ho i vestiti bagnati. Vienimi a prendere e tengo forte i palmi delle mani sopra le cosce bollenti per il troppo freddo e la pioggia battente. Vienimi a prendere che da sempre ti aspetto e adesso sono stanco e voglio che tu venga. Vienimi a prendere che sono grande abbastanza per poterti amare come amano i grandi. Vienimi a prendere e ho le tempie che sanno pulsare il tuo nome. Vieni, adesso, ti aspetto e ho fatto del muro a cui appoggio la schiena una promessa seduta su fondamenta profonde. Vienimi a prendere perché adesso so parlare quella lingua tremenda che può far girare la testa. Vienimi a prendere e porto la notte nella tasca interna della giacca, sul cuore e muoversi dentro alle lacrime è un poco nuotare. 

Tutto d'un fianco.


Deve essere questo il vano motivo che spinge alla scrittura, l’insaziabile voracità dell’eterno che tende a sterminare chi ha il dono della peripezia letteraria. Il doppio salto mortale mi vede atterrare col collo spezzato. Cingimi d’aria e di tenebra asciutta, di poche parole e gesti complessi. Dalle dita leggere capisco i bisogni. Dalla voce sottile intuisco le umane paure. Dal luogo in cui vivi riporto speranze sopra un taccuino usurato. Ogni coperta riscalda i capelli bagnati dalla tempesta appena finita. Nell’orto i tuberi in festa sanno d’esser pietanza e dal grigiore lontano della città di provincia, questo borgo sperduto pare sommo quartier generale. Splendida epigrafe che ridona la vita ad ogni sguardo curioso, ad ogni passo estraneo della domenica mattina. La pietra lungimirante che regala l’immortale desiderio di essere occhi. L’inesorabile assenza di ogni parola. L’ugola sordida di chi trascorre supino il limitar dell’eterno. Si chiama riposo tra i vivi, comunemente rammarico. Tra gli uditori della temuta solitudine della mezzanotte, fra i quartieri disabitati riposa il gioco funesto di ossa lontane, lontane nel tempo e violente al ricordo. Il verbo si fa oscuro, alquanto dubbio, inutile, raro. Lo dissi a chi mestamente recava la mia mano nella propria, lo dissi che ero al limite del sopportabile, qualcosa di comunemente umano. Lo dissi a quel signore arguto che teneva tra le dita gli occhiali pesanti che governano il naso da anni, gli dissi che non avrei atteso ancora a lungo. Non fui creduto. In quale dubbio ti posso ancora trovare? Soltanto certezza. Il tuo colore bruno rimane soltanto certezza ed ancora clamore. Ogni parola che vieta la prosecuzione della verticale discesa agli inferi. Sento qualcosa di tipico e flebile provenire dal fondo del petto, un bellicoso residuo d’anima, qualcosa che non si estirpa come un canino, ancora affondato nella carne gioviale che era pure trofeo di bambino. Eppure ogni determinato momento pare buono al pensiero, ideale alla scrittura, ottimo alla profezia. Nulla ancora è come sembra. Troppo vicino al reale stupore. Apro la bocca e vi entra soltanto aria di seconda mano. Chiudo gli occhi e la luce non trova riposo mentre contorce alle palpebre chiuse, ermeticamente serrate. La vita non entra a far danno, oggi l’occhio riposa, la mente soggiace. Calata la notte, fuggiti i garzoni, moccoli di candela ovunque, vino che a raccoglierne ne vengono botti, sordidi odori che a respirarne si vien colti da tremendo malore, dadi da gioco e tazze d’acciaio, ogni cosa è caduta sul posto dove ci ha colto in flagrante l’astuzia megera del tempo. Corpetto pesante di donna vissuta. Vestito. Lenzuolo. Fazzoletto grondante. Ogni fronte ripete che è meglio la sete e non certo l’eterno stupore del provare a soffrire. In silenzio decidere di ogni cosa che non merita giudizio. Abbandonare la pesantezza delle braccia. Dal sonno lasciarsi dormire.

domenica 9 ottobre 2011

In male aperto.



Sotto la spuma, le lettere. Dentro al profumo, in grassetto, la parola mare. Sotto alla sabbia, la testa in corsivo. Dentro al rumore dell’acqua, centrato, il verbo soffrire. Sotto al sole verticale, dentro alla pelle che brucia, in maiuscolo, il timore e la speranza di svanire.

lunedì 3 ottobre 2011

Chi odi bene a chiave.

Era un sorriso quando ti guardavo a testa in giù. Era riposo quando le uniche avventure erano nel buio delle abitudini. Era una fuga quando sapevo soltanto progettarla. Era un dolore quando poteva diluirsi dentro ai sorrisi. Era un ricordo prima che diventasse una condanna. Era un latente timore quando non mi lasciava scampo. Era un futuro sempre in bianco e nero, vestito di un abbigliamento fuori moda. Era una minaccia quando solo il pugno stretto sapeva esser conseguenza. Era una luce abbacinante, quella che mi dava solo lattiginosa memoria. Era speranza, quella che oggi è paura.

Oggetti per il futuro.


Con un poco d'ingegno possiamo inventarci un mestiere che richieda un minimo investimento iniziale. I tuoi occhi, per esempio, giganteschi e serafici, profondi ed assenti, imbarazzanti e nascosti dietro ad una pettinatura sempre troppo poco pettinata, timorati della luce eppure nemici del buio, languidi e malsani, veloci e spensierati, attraenti e troppo spesso bagnati. Chiusi e per questo innocui. Possiamo aprire insieme un negozio di sentimenti. Tu mettici gli occhi, io porto le parole.