sabato 3 maggio 2014

Non sei tu, sogno io.


Sognavo grandi scaffali in legno scuro, di poterci mettere sopra i miei libri finalmente ordinati, di poter leggere quelli che ho comprato negli anni e di comprarne ancora perché quegli stessi scaffali non fossero sufficienti. Sognavo di poter lasciare le chiavi all'ingresso rientrando alle due del mattino e di dormire nudo come nei film, entrando quasi privo di conoscenza nelle lenzuola color nocciola, sempre pulite come appena cambiate. Sognavo di poter bere senza perdere conoscenza e di riderne senza dover lasciare in strada lo stomaco a pezzi. Sognavo di fare scelte giuste e che le avrei raccontate con orgoglio. Sognavo di mettere in pratica l'adagio secondo il quale tutto è possibile poiché basta volerlo. Sognavo di poter dimostrare che il destino è davvero l'insieme degli errori che uno riesce a evitare. Sognavo un mucchio di cose che faccio persino fatica a tenere a mente, una casa in campagna e una in città, un telefono col tasto che lo schiacci e puoi dire alla tua segretaria di non prendere chiamate per le tre ore successive, un cane in giardino che scodinzola come un forsennato quando rientri che c'è ancora il sole e spera lo porti a fare i suoi bisogni al parco. Sognavo pure il parco, con gli alberi secolari che a sedertici sotto hai paura che possa crollarti addosso la storia che non hai mai neanche studiato a dovere. Una strada diversa ogni mattina, un albergo nuovo a settimana, una vista dalla finestra mai uguale a quella della notte precedente, una tazza di caffè all'americana che quando lo guardi in TV ti vien voglia ma se lo assaggi fa schifo. Una cucina a vista, l'angolo bar, chiedere agli amici cosa vogliono da bere, mettere nei bicchieri il ghiaccio con le dita, aggiungere l'acqua tonica, infilare sotto ai bicchieri un tovagliolo colorato e guardarli mentre pensano che sei un ospite perfetto. Sognavo che avrei fatto l'alba scrivendo cose che sarebbe valsa la pena leggere, guardando oltre l'enorme porta scorrevole in vetro a dividere la mia insonnia dal rumore del mare. Sognavo persino di soffrire d'insonnia e che con tutto quel tempo e quella calma avrei potuto finalmente fare quel che non ho mai avuto il tempo di fare. Sognavo di non stancarmi mai, di trovare sempre la forza per restare in piedi, per andare a correre col buio, quando tutti ti dicono di non andarci ché è il momento peggiore e gli alberi e le piante ti tolgono ossigeno e che farai più fatica ma te ne freghi, e come un bambino cattivo a cui hanno detto troppo spesso di non fare una cosa, tu la fai, e corri, corri fortissimo finché le articolazioni ti ricordano che immortale non sei affatto e il fiato non ti basta e i muscoli delle gambe ti fanno male come se qualcuno ci stesse infilando dentro coltelli appena tirati fuori dal congelatore. Sognavo di riprendere a fumare e finalmente riuscire a controllare il vizio, di accendere una sigaretta ogni tanto, con la giusta compagnia, con la giusta solitudine, guardando l'orizzonte alla finestra o i vicini nella casa di fronte che fanno le loro cose e sono felici senza capire quanto può essere irritante per gli altri intorno, che hanno tentato mille volte di descriverla la felicità, di darle un altro nome, una forma, un colore. Sognavo di parlare alla gente e avere davvero qualcosa di importante da dire. Sognavo tutte queste cose quando mi sono svegliato e da quel momento addormentandomi ogni volta più stanco non ho sognato più.