sabato 11 settembre 2010

L'insostenibile leggerezza del tessere.





Un interminabile lavoro a maglia, come quello delle vecchine scure dell’infanzia. Eternamente silenziose alla porta del proprio basso da una stanza. Il sodalizio meschino che apparenta il vivere al soffrire. Di queste cose, il cui nome suona orrendamente alle orecchie dei vivi, è fatto il garbuglio nevrotico della mente umana. Ma anche di corse a perdifiato e di tentativi continui di raggiungere il posto più lontano, dove nascondersi alla vista della consapevolezza. Conoscete sicuramente e forse non lo sapete, un mucchio di gente che non vi ha mai raccontato della propria vita passata. Tra quelli che frequentate, fidatevi, c’è più gente straniera di quel che possiate immaginare. Straniera a se stessa, s’intende. Apolidi della coscienza. Sono per la gran parte coloro al cui sguardo sappiamo talvolta essere senza sostanza.  Coloro che, guardati attentamente, paiono davvero non sapere cosa si nasconda oltre la punta del loro naso. Gente scioccamente felice insomma. Latitanti di lunga data, le cui ricerche sono cessate da un pezzo. Mentre sorridete per queste piccole idiozie, provatevi a chiedere in giro se qualcuno si ricorda davvero di voi e della vostra infanzia. Sorridete ancora, quando nessuno saprà rispondervi. Sorridete e siate felici.