domenica 17 ottobre 2010

O Dio.


A quest'ora della domenica, le idee s'affastellano nel punto della mente dal quale prendono la breve strada verso la bocca, per esserne pronunciate. Oppure battono l'impervio e più difficile sentiero che le porta alle mani, per farsene scrivere. E non tollero nulla di quello che vedo e che sento, nulla di quello che accade. Volti compiacenti. Sorrisi senza valore, numerosi e inutili come moneta nell'inflazione. Pacche sulla spalla e mani immediatamente lavate per essere immuni alla fatica della schiavitù. Gesti semplici come il saluto o complessi come un abbraccio. Non tollero i corpi. Gli occhi, le labbra, la saliva, i denti, i respiri, gli odori, i suoni, i rumori, le lettere, le immagini, tutte le azioni, i libri, gli oggetti, le strade e i cieli. Non tollero i gesti meschini e le necessità vitali. Il lavoro gretto, la ricchezza senza ritegno, la povertà senza ragione, la ragione senza sentimento, il sentimento senza lacrime, le lacrime senza motivo, i motivi senza conseguenze e le conseguenze brandite a guisa di minaccia. Non tollero il mio simile e nemmeno il diverso, non le alte temperature e nemmeno i tremori dell'inverno. Non sopporto il dolore e la pioggia che ne copre il rumore. Nulla davvero sopporto se non il respiro impenitente che gonfia il petto senza che la volontà vi si possa opporre. Non mi piacciono le mani aperte lungo le gambe e nemmeno i pugni stretti della rabbia e forse neppure quelli sferrati sul volto del nemico. Non mi è davvero possibile tollerare il sapore salato e metallico del sangue ai lati della bocca. Non tollero più di non poter tollerare tutte queste minuscole cose eppure ne amo il pensiero. Non voglio esseri umani in giro per il mondo e nemmeno me stesso. Non voglio sopravvissuti, né eroi. Non vincitori, né prigionieri. Ma tutti i giorni devo percorrere questa maledettissima strada, devo farlo tutti i dannati giorni dell'anno. Ne sono obbligato e per quanto cerchi di camminare con estrema e composta educazione, per quanto mi sforzi di non correre, per quanto duramente m'impegni a guardare attentamente il suolo dove poso ogni singolo passo, non riesco a non inciampare nella sensibilità di qualcuno, posata, quasi come oggetto perduto, al bordo della strada. Ad ogni momento urto la spalla spocchiosa di un tizio che arringa la folla con l'importanza dell'educazione, quella degli altri. Non mi è possibile non causare fastidio. E non sarà mai abbastanza il veleno che porto qui dentro. Mai abbastanza per morirne. Mai abbastanza per esserne immune.