sabato 27 novembre 2010

Delitto e fastidio.

Non senza fatica, scrisse quelle poche parole sul pianoforte chiuso. Nella polvere insistente, con l’indice incerto. Lasciò quello che gli sembrava un epitaffio solenne e perfetto, un grido ideale per una partenza simile. Accostò le tende. Spense i fan coils ai lati della stanza. Le pompe che macinavano aria finta e fresca, cessarono di lamentarsi con la loro consueta pesantezza. Qualche scricchiolio di compiacimento. La casa tirava forse un sospiro di sollievo. Le pareti già assaporavano un silenzio mancato per troppo tempo. Le lampade sparse sul mobilio, già gustavano crepuscoli naturali. Una pausa meritata dopo tanto lavoro. Per mesi la corrente elettrica aveva dovuto scorrere nei cavi fino al mattino. Urla, luce, colpi, lacrime. Già qualche piccola goccia di sudore gli sfociava sordida dalle tempie, agguantandolo lungo il collo, per cadere gelida sulla nuca, dopo aver abbandonato i capelli profumati. Non era il mestiere. Non era la fatica. Non era il sonno. Non erano le rughe del sorriso, arrivate troppo presto. Non era la responsabilità pesante sulle spalle esili. Non era l’amarezza delle rinunce. Non era il desiderio tardivo delle parole romantiche. Non era il vuoto nei momenti importanti. Neanche la fame. Non era il pensiero delle labbra di lei, impegnate in conversazioni senza parole. Non era nemmeno la sagoma scura e sempre incerta degli interlocutori che trovava per caso ogni volta. Non era per il caffè a due nelle bettole della periferia. Non era per le gonne troppo corte. Non per le menzogne. Neanche forse per il tanfo di vite promiscue che si portava dietro dalle balere in cui passava la notte. Era per se stesso, perché non sapeva essere forte abbastanza. Disinibito, scaltro, cinico, violento. Gli mancava tutto. Era un maledettissimo brav’uomo. Giù dalla rupe, come gli spartani deboli ancora in fasce. Una selezione tutt’altro che naturale. Dolorosa eppure piena di pietà per le sofferenze a cui si sottraeva lo sfortunato. Era stato paffuto alla nascita. Dopo la pacca sulle natiche, raccontava sua madre, emise un primo urlo da far paura. Il dottore disse che era un maschio forte e sano. Nessuno si era presa la briga di infilargli in bocca un braccio per cercare quei muscoli che non si vedono. Nessuno sa guardare attraverso. Né possono farlo davvero le mille macchine moderne. Ripassò con il dito le due frasi sul pianoforte. Si pulì la mano sui pantaloni chiari. Tirò forte la porta dietro di sé. Non si preoccupò delle chiavi. Sorrise. Non si preoccupò affatto del gas, delle finestre, di ogni meschina serratura della casa. Salì le scale a piedi, con la scioltezza di un ragazzino. Una sola spallata bastò a buttare giù la porta dell’attico. Il commendatore era via da un pezzo. Il portiere aveva annaffiato le piante a mezzogiorno. Niente allarmi. I gatti lo conoscevano bene, neanche si mossero quando entrò, quasi cadendo, oltre la porta stesa al suolo. Andò in cucina, bevve dell’acqua direttamente dal rubinetto. Si asciugò i lati della bocca con l’avambraccio, senza preoccuparsi della camicia nuova e inamidata. Prese una mela vecchia dal cesto, l’addentò. Sorrise ancora. Stava guarendo. Quel piccolo percorso catartico verso la liberazione gli stava rendendo l’anima indietro, come nuova, pronta per essere restituita al proprietario in cambio di un po’ di pace. Spalancò la finestra. Uscì sulla veranda. Strinse gli occhi per la luce violenta del sole. Un forte respiro. Allargò le braccia, come al mattino, appena sveglio e si lanciò in una corsa breve e potente. In un attimo fu nel vuoto. Stava già osservando il palazzo che mano a mano scompariva alla sua visuale. Il cuore batteva fortissimo. Si ricordava quando da piccolo un amico gli disse che, lanciandosi di sotto, qualcuno era morto già a metà della caduta, soltanto per la paura. Lui no. Lui si godeva la fine. La velocità rese il suo corpo pesantissimo. La gravità gli tendeva le braccia, come sua madre non faceva mai vedendolo tornare da scuola. Impattò contro una tenda estensibile, sfortunatamente aperta per frenare il calore pomeridiano. La tenda si ruppe con un rumore secco. Aveva dolore alla spalla. Nell’urto se l’era forse lussata. I pantaloni di ottimo taglio si allacciarono ad una delle braccia di alluminio che tenevano la tenda sospesa lungo la facciata. Un imprevisto. Con la destra ancora illesa cercò immediatamente di liberarsi per terminare il lavoro. Con la coda dell’occhio prima, con lo sguardo intero poi, guardò di là dai vetri. Era lei. Nuda. Teneva il portiere ancora dentro di sé. Entrambi lo osservavano ammutoliti. Attoniti. Increduli. Intontiti dall’amplesso e dallo spavento assieme. I pantaloni cedettero improvvisamente. Cadde ancora. Lo aveva colpito ancora. Era riuscita a negargli persino la soddisfazione piena di un gesto tanto estremo. La disperazione ebbe modo di attanagliarlo, di accompagnarlo al suolo. Ancora soltanto il tempo di pensare allo sguardo di lei quando avrebbe letto le frasi sul pianoforte. Nella stanza imprudentemente appena visitata, ai piedi del letto, giaceva l’innaffiatoio di plastica verde. Il portiere aveva dato l’acqua alle piante dell’attico a mezzogiorno. Per avere più tempo dopo pranzo. Passarono settimane perché tutto fosse sistemato. Non fu facile. Non fu come se fosse morto di febbre gialla in Amazzonia. Domande, documenti, fastidi. La vedova entrò nell’appartamento per recuperare pochi oggetti. Di sentimenti abbastanza scarni, ella si soffermò accanto al pianoforte. Era completamente ricoperto di polvere, per via di alcune finestre lasciate aperte. Uno strato grigio inquietante. Lei odiava la polvere. Uscì stizzita per non tornarvi più.