lunedì 11 aprile 2011

In balia delle orde.



Navighiamo ormai da ventisette anni, undici mesi, venti giorni, ventidue ore e poco più di trenta minuti. Non trascrivo coordinate. Da un pezzo non siamo più in grado di  leggere la nostra posizione rispetto alle carte. Da un pezzo le carte giacciono al suolo, ridotte a brandelli dai sorci. Le bestie affamate restano a bordo. Buon segno. Il vascello pare solido ed ancora in grado di reggere il mare. Tra pochi minuti sarà nuovamente tempesta. Il rollìo ha preso a divenire pesante. Esplosioni di luce aumentano per frequenza ed intensità. I sordi rumori, lontani fino al tardo pomeriggio, sembrano ora schiantare le assi ad ogni istante. La stiva è stracolma di immagini. Il Capitano sembra fuori di testa. Continua a ritrarre paesaggi che il resto dell’equipaggio non riesce a vedere. Temo per la vita di tutti. Quando le scorte di serenità si abbasseranno pericolosamente, allora sarà il peggio. Temo per i sorci ormai cari. Saranno i primi a morire tra i flutti. I sorci sanno nutrirsi di qualsiasi cosa. In mezzo al mare però, non troveranno nulla di solido di che sfamare le proprie voraci interiora. Povere le mie bestiole. Mi guardano scrivere, mentre prendo respiro faticosamente. Mi osservano, mentre prendo ristoro lunghissimo tra un capoverso e l’altro. Il Capitano non è più sostegno per gli uomini. Ciascuno si aggrappa al proprio buonsenso. Il Capitano è dimentico dei luoghi di partenza. Tantomeno ricorda dove eravamo diretti quando salpammo. Pur non essendo pochi, invero, abbiamo perso l’abitudine al contatto umano. Trovassimo la terra oggi, avremmo bisogno di rieducarci alla civiltà. Vivere a lungo in tale promiscuità, ci rende indifferenti gli uni agli altri. Il secondo mozzo non scuote le nostre coscienze più di quanto non faccia l’albero maestro nelle giornate di vento. Dopo un tempo determinato che non ho saputo fissare nei numeri, ciascuno smette di esistere per l’altro in quanto privo di qualsiasi forma di novità. Alla stessa maniera delle cortigiane che lasciammo inconsapevolmente per sempre, la sera prima della partenza, navighiamo senza motivo. Non sappiamo quale sia il desiderio comune più forte. Tornare, andare, trovare, affondare. Il moccolo, negli ultimi istanti di luce, nel tentativo di non fermare questo meschino racconto, resiste all’inevitabile fine scoppiettando. Una goccia bollente mi riporta brevemente in vita. Questo piccolo dolore al dorso della mano destra. Un brevissimo attimo di lucidità. Il Capitano è solo, sul ponte. Il Capitano è solo, ovunque. Nessuno gli rivolge più la parola. Li guardo tutti. Tutti mi guardano brevemente, poi tornano alle loro monotone cose. Spesso vorrei discutere del viaggio, chiedere alla mia ciurma il da farsi. Poi resto in silenzio, aspetto. Il Capitano vive solo dei ritratti che, dalla realtà, sembra riportare con estrema cura. Non c’è realtà da dipingere intorno. Egli aspetta. Sono talmente stanco. Lascio il banco sottocoperta. Salgo al timone. Anche stavolta dovrò condurli fuori dalla burrasca. Sono pur sempre il maledetto comandante di questo equipaggio!