domenica 31 luglio 2011

Ogni promessa è strepito.


Ho preso un enorme mucchio di ragionevoli dubbi e ne ho fatto fardello. Ho legato tutto all'estremità di un lungo bastone trovato per strada. Ho raccolto il ricordo di ogni nota che ha saputo portarmi fin qui, mi servirà. Mi serviranno tutte le note che hanno saputo tirare via i pomeriggi dalla testa, le notti dal petto, le attese dalle braccia. Ho assicurato ad una delle pareti dell'anima tutte le domande a cui ho sempre temuto di rispondere, avrò tanto da camminare e non voglio trovarmele sparse negli stati d'animo, col rischio di dover rubare tempo al sonno per rimetterle in ordine. Ho contato le forze rimaste e ne ho chieste in prestito a chi mi vuole bene davvero. Ho fatto pulizia dei meriti vuoti e delle speranze da arredamento, ne ho ottenuto cenere ed uno splendido fuoco che ha festeggiato la vigilia della mia partenza. Ho letto le parole che dovrò scrivere per ultime e pronunciare per prime ed ho tremato con il sollievo del freddo a luglio inoltrato. Ho appoggiato i palmi delle mani alla parete mentre la doccia mi ha scosso il collo per ore. Ho guardato l'acqua farsi vortice e sparire dimenticandosi immediatamente della pelle appena toccata. Ho percorso i luoghi cresciuti insieme alle mie gambe e questa volta senza guardarli, li ho attraversati con l'olfatto per non dimenticarne il sapore. Ho lasciato che le giornate afose mi accecassero anche ad occhi chiusi. Ho toccato le vecchie pareti sporche del centro. Ho messo la faccia sulla pietra lavica del passeggio che subito dopo pranzo si scioglie in deliziosi calori febbrili. Ho sorriso agli sconosciuti che non sorridevano. Ho fatto le scale carponi, le ho accarezzate per non vederle mai più. Ho sospirato forte come solo i cani nell'ozio sanno fare. Ho incastrato tra loro le mie paure e ci ho messo mesi a completare questa corda che voglio legarmi al corpo per potermene liberare durante un pericoloso numero di magia. Ho fatto deliziosi inchini a migliaia di facce che ho saputo maldestramente immaginare e vigliaccamente evitare. Ho dimenticato il significato della parola "tardi" ed è stata un'impresa spaventosa soltanto al ricordo. Ho fatto, insomma, quel che non dovevo e abilmente evitato quel che potevo. Ho aggiunto l'ultima acqua nel vaso, le ultime parole tra le labbra, gli ultimi desideri dentro ai polsi, le ultime ansie dentro ai battiti, le ultime carezze sopra al viso anelato, le ultime lamentele alle confessioni notturne. Ho dato gli ultimi abbracci al pavimento, gli ultimi silenzi a chi mi ha insegnato a riempirli, gli ultimi dispiaceri a chi ha sopportato il compito necessario di subirli. Ho dato corpo alle lettere e chiuso a chiave la porta. E quel che ho ancora da dire verrà via con me.