domenica 24 novembre 2013

Tale padre.


Nelle sue mani ritrovo l'incertezza delle mie, che mancano della rassegnazione di esser schiave della fatica. Nella sua voce riconosco un timbro che a volte cerco ingiustamente di mascherare nella mia. Nel suo sonno usato a guisa di scudo mi par di notare la mia stessa tendenza a fermarmi di fronte al problema, sperando non sia necessario doverlo risolvere. Sopra le sue spalle vedo enormi fardelli stracolmi di responsabilità e privi di desideri futili e non ci riconosco le mie, se non per il peso che si ostinano a portare. Nel suo buonumore sempre più raro è nascosta la mia voglia di ridere e osservare gli altri mentre lo fanno. Nel suo mettersi in dubbio c'è quella paura di non essere in grado, a cui ho tentato in tutti i modi di restare immune. Inutilmente. Nel suo silenzio quando è convinto che io non sappia cosa gli duole dentro e gli rende amaro ingoiare il tempo che non passa abbastanza in fretta, scopro le mie mancanze di figlio e capisco che sono il riflesso delle sue mancanze di padre. Nel desiderio di poterlo abbracciare per tutte le volte che non ha saputo abbracciarmi cresce la rabbia per il suo modo naturale di insegnarmi a essere giusto, senza intuire che non è sempre la soluzione migliore per sopravvivere. Essere giusto come un padre che non conosce il peccato, questo non posso sperare di trovarlo nel mio cammino idiota e ormai a tratti inspiegabile. Ma di tutti gli sforzi necessari a non ripetere gli errori di chi ti ha preceduto, il più inutile è cercare di non somigliare a chi ti ha messo al mondo.