sabato 4 giugno 2011

Sconosciuto al binario.



Stanco e distrutto,
completamente annientato da quest’odore dolciastro che non vuol saperne di lasciar le narici.
Quasi lo vedo e diviene palpabile a tratti,
un tanfo nauseabondo di salute e dramma al contempo.
Un olezzo che cura il corpo ed attacca l’indole allegra di un uomo comune.
Sono stanco di respirare luci al neon blu e linoleum che fischia al puntare d’un passo deciso.
Sono stanco della parete oltre la grata,
forse che la malattia voglia davvero lasciare questa carne saporita e bianca?
Sono terribilmente sconfortato dalle lungaggini burocratiche di questa fine drammatica che arriva in fretta ma non abbastanza.
Ogni pianto di là nel corridoio è una scena di troppo,
già da un pezzo avrebbero fatto figura migliore i titoli di coda,
i saluti ed i ringraziamenti a ciascuna comparsa.
Non posso più sopportare il peso infinito dell’ago che affronta la resistenza neghittosa della pelle precocemente invecchiata,
il buco violento che ne consegue.
Non tollero più il cotone stretto al braccio,
né gli sguardi odiosi della pena.
Arriva il quarto a mezzogiorno ed il pranzo è servito dall’alto.
Scatena l’inferno nelle viscere ogni sorso a lenire la sete.
Con magistrale cadenza ed elegante solidità,
un flusso costante che prolunga le riflessioni amare del poco tempo rimasto.
Dannazione.
Tutto il dolore della dipartita,
mentre ancora ci si dibatte al suolo tra i vivi.
Tutta la follia del corpo che cade in pezzi minuscoli ma nessun segno di morte.
Nessuno che afferri questo polso disposto a lasciarsi portare.
Nel rumoroso andirivieni della stanza,
nell’umido e mesto alternarsi di visi strappati alla quotidiana apprensione,
nella vita oltraggiosa di chi non ammala e non muore,
ad ogni istante è ancora odore dolce di salute temporanea,
di suolo asettico e resistente al destino.
Voglio respirare, mio Dio!
Voglio sentire il cherosene farsi liquido sulla lingua,
i pneumatici puzzare di vettura nuova fiammante.
Desidero avvertire di lontano l’acre miasma dell’essenza di semi che frigge per la centesima volta,
il profumo del cioccolato che presagisce un sapore ancora migliore.
L’odore mesto della casa alla sera,
dopo due pasti e il silenzio della giornata di lavoro.
Voglio vivere come si vive o morire.