martedì 3 maggio 2011

Unto di domanda.


Gli chiese dove sarebbero andati, ora. Ora che lei gli aveva dato il suo cuore e la prova di un amore che da sempre era stato eterno, da prima che lui la scoprisse mentre lo guardava in maniera fintamente distratta. Gli chiese cosa avrebbero fatto delle loro vite, così intrecciate, l'una all'altra, così indissolubilmente compromesse e tanto selvaggiamente spinte verso l'ignoto. Lei gli chiese tutto questo, soltanto stringendogli forte la mano. Cosa avrebbero fatto della paura delle persone che volevano loro del bene, alle quali sarebbero sicuramente mancati? Cosa avrebbero fatto delle ginocchia sbucciate nelle cadute inevitabili che la corsa impone? Cosa avrebbero fatto della fame che li avrebbe colti da un momento all'altro? Cosa avrebbero fatto delle promesse già mantenute e di quelle che ancora aspettavano di essere pronunciate? E delle speranze nascoste, delle emozioni negate, delle parole sottintese, cosa avrebbero fatto? Dove sarebbero andati a piantare il seme possente della reciproca fiducia, dell'ingenua passione? Gli chiese dove avrebbero dormito quella notte e le successive. Ora che lei aveva messo l'intera sua vita dentro alle parole sublimi che lui sapeva inventare. Cosa avrebbero fatto dei viaggi per i quali non erano ancora partiti? Cosa avrebbero fatto di tutti quei luoghi che avevano tolto loro il sonno? Di tutti i treni presi al volo e senza biglietto? Della terra guardata dal cielo e dei vuoti d'aria prima di atterrare dove fa sempre caldo, cosa avrebbero fatto? Bugie perdonate, telefonate interminabili, spiccioli rubati, lacrime evaporate nell'attesa estiva, morsi dolorosi quanto quelli della fame non saziata, biglietti scritti a mano, bracciali fatti di sottilissimi fili colorati, narici piene di respiro, petti ricolmi d'affanno, gole attraversate da muscoli cardiaci, danze, fuochi, note, giorni, ore, minuti. Gli chiese tutte queste cose, mentre gli camminava davanti, convinta che lui le avrebbe risposto. Lui non c'era, non c'era da un pezzo.