martedì 10 settembre 2013

Ho camminato tanto.



In tutti questi anni ho camminato molto. Moltissimo. Ho cominciato fermandomi a ogni angolo, sedendomi a riposare, cercando di capire perché stessi muovendo a nuove mete e che forma queste potessero avere, non vedendole neanche lontanamente all'orizzonte. Ho camminato tanto, però. Così il fiato s'è fatto spavaldo, il petto più grande, le costole larghe, il respiro regolare e potente e persino il cammino s'è fatto corsa. In tutti questi anni ho corso molto. Moltissimo. Mi sono fermato regolarmente ma per pochi minuti, quelli necessari a sentire il sudore cadere dalla fronte e prima di arrivare alla bocca assetata, passare sopra gli occhi felici per la fatica, stupiti per quello che in lontananza ancora non si vedeva neanche piccolo così. Allora i muscoli delle gambe hanno preso a muoversi anche durante le notti giuste in cui al sonno non ho saputo resistere. Ed è quella la corsa più bella che il corpo umano possa concedersi, il moto regolare delle gambe stanche, assecondato dagli occhi chiusi e dal sogno. Nel sogno non dubito di esser passato spesso accanto a qualcosa, o qualcuno, di averci girato intorno, di aver teso la mano senza che fosse accettata, di averne sentito l'odore senza poterlo conservare, di aver guardato gli occhi puntati lungamente al suolo, di aver sperato che la gioia di quella sconosciuta alzasse la testa e si lasciasse vedere. Delle corse che ho fatto di notte, ricordo il senso immenso della sconfitta che mi assaliva al mattino, quasi che fossi arrivato ogni volta ultimo. Ho camminato e corso molto. Moltissimo. E sempre facendo attenzione a non urtare chi stesse passando lentamente lungo la strada, sperando che ciascuno, guardandomi negli occhi pieni di desiderio, capisse dove stessi andando così di fretta e mi lasciasse il passo. Ma tu lo sai, le necessità personali prevalgono su ogni altra, così ho imparato a farmi spazio senza toglierlo. Poiché la stanchezza non risparmia nessuno, sono caduto spesso. E siccome non so mai bene come ripartire, non mi sono fermato, nonostante tutto, anche se avrei voluto, anche se forse sarebbe stato meglio, ma poi — ho sempre pensato — meglio per chi? Ci si dimentica spesso e inconsciamente di quello che non si è potuto prendere quella volta che lo si è desiderato. Ma non definitivamente. Ho girato l'angolo. Ho alzato le ginocchia al mento per correre più forte. Ho perso il respiro, il controllo, la concentrazione, la forza. Ho ritrovato il sorriso, la gioia, quando ho incrociato uno sguardo finalmente alto, puntato sul mio, come se finalmente qualcuno avesse deciso di spiegarmi il motivo del viaggio. Facciamo insieme due passi. Due. Intanto mi concedo un piccolo regalo ogni giorno, scendendo da un treno qualsiasi, arrivando in una stazione qualunque, stupendomi ogni volta di fronte a quel che i ricordi sanno restituirmi.