domenica 1 settembre 2013

Se ci fosse a un certo punto abbastanza silenzio.





Se ci fosse a un certo punto abbastanza silenzio, potrei sentire le tue labbra piegarsi inevitabilmente verso il mento e gli angoli della bocca salire agli occhi: il suono del sorriso potrei sentire. Del tuo. Se ci fosse a un certo punto abbastanza spazio, potrei riposare senza togliertene. Se ci fosse a un certo punto abbastanza luce, potrei smettere di annaspare nel tentativo di ricordare una meraviglia che non ha già più tratti precisi. Ieri pomeriggio, smettendo improvvisamente di pensare a quello che stavo facendo, sono arrivato in stazione che il sole era ancora alto e negli ultimi metri prima che il treno mi spingesse in quel gesto violento e insieme amorevole che è l'arrivo, ho realizzato di aver viaggiato per un motivo preciso e così la mano sulla valigia è diventata improvvisamente fredda. E felice. Sono sceso, prestando l'udito all'immenso rumore ovattato che solo quella precisa stazione sa regalarmi ogni volta. Sul predellino, ancora a metà tra il viaggio e la meta, mi sono ricordato di quanto forte possa battere il cuore, di quanto piccolo possa diventare il torace quando hai bisogno di respirare tutta l'aria del mondo. Sono sceso. Dietro una delle grosse colonne ho visto dei colori familiari, dei capelli sciolti, un sorriso strambo che non sai mai se contiene più stupore di quello che dà. Quando i ricordi sono così vivi è possibile che il presente possa esserlo ancora di più. Poi è squillato il telefono. Comincio a non ricordare tutto quello che mi sarebbe piaciuto ascoltassi e che ti ho già detto. Per fortuna in alcuni casi ascoltare di nuovo non è un delitto.