martedì 24 settembre 2013

La maionese impazzisce, ma pazzi dentro a un tramezzino non ne ho ancora mai visti.

C'è sempre bisogno di rumore intorno per capire bene certe cose dette sottovoce. Certe cose sottovoce si confondono meravigliosamente in mezzo a milioni di altre che non vuoi sentire. Acuire l'udito è fondamentale per capire. Per capirsi. Le cose che voglio non sono mai state così poche. Mai così chiare. Ciascuna delle cose che voglio non è mai stata così complessa. Chissà dov'eri quando non osavo alzare lo sguardo per provare a cercare quello meraviglioso che ho poi voluto trovarmi di fronte con tutte le forze. Chissà dov'eri quando non sapevo che forse stavi aspettando che passassi tanto vicino da non poter fare a meno di sentire il tuo odore. Il tuo odore che non si dimentica, che diventa la traccia segreta che seguo senza guardare. Ho un centinaio di domande appoggiate tra il palmo della mano e il petto che pulsa senza che possa oppormi a certi sobbalzi. Ho un migliaio di dubbi stretti tra la spalla e il viso che sorride senza che possa fermare certi ricordi che nemmeno hanno ancora diritto di esistere. Ho due milioni di paure che baciano senza sosta la bocca dello stomaco senza che possa anche solo cercare di interrompere questo loro morboso parlarsi per mezzo del desiderio. Ho due mani e non sapevo che avrei trovato dove riporle. Ho due braccia e non immaginavo potessero servire a stringere senza far male. Ho due occhi e non credevo possibile tenerli aperti per ore sul sonno silenzioso di qualcuno, senza nemmeno bisogno di scomodare di tanto in tanto le palpebre. Durante i pasti ogni tanto mi alzo senza aver finito, illudendomi di potermi concedere di nuovo il premio che mi sono preso una volta, mentre intorno era un caldo infernale, e dentro persino peggio, e di fronte tu che non te lo aspettavi e mi hai guardato con sguardo stranito ma felice, combattivo ma complice. Avvicinati. Anzi no, resta dove sei, mi avvicino io. Tu conosci le poche cose che accadono senza dover fare niente per favorirle. Sono un numero ristrettissimo di cose senza le quali è persino possibile morire. Respirare è una di queste. Avvicinarsi, guardarti negli occhi, appoggiare lentamente le labbra che non smettono mai di parlare alle tue che restano a loro volta immobili come se avessero braccia larghe per dire vieni, è un'altra delle rare faccende a cui non si può porre rimedio, se non provando a concedersi la libertà di fare esattamente quello che sembra naturale da sempre. Nei pensieri lunghi mi piace moltissimo perdermi, illudendomi di poterti portare con me, tenendo la tua mano intrecciata alla mia senza regolarità. Con una mossa veloce ti prendo una parte delle dita e intorno ci chiudo alcune delle mie, ogni volta in modo diverso, ogni volta in maniera fintamente furtiva. Io non chiedo la tua mano. Io prendo la tua mano. Io non chiedo di poterti parlare. Io ti parlo. Io non voglio più tenere impegnate le mani, se non per disegnare il tuo contorno mentre tengo gli occhi chiusi e il respiro tra le nostre facce è uno soltanto, lunghissimo, lento, inesorabile, inevitabile, bellissimo e interminabile. Lo sai quanto dura mediamente un bacio? Io questa cosa non saprei dirla, so solo che ne ho dato uno che non mi ha più permesso di riprendere fiato. Ti accompagno ogni volta che muovi un passo e da te voglio imparare a camminare senza temere di non sapere a memoria il percorso. Ci sono ogni volta che ti giri e forse per un attimo hai dimenticato che qualcuno ti sorride accanto da un piccolo pezzo di strada. Il tuo è il sollievo che una volta affidavo alla notte. Il tuo è il cuore che una volta sentivo battere lontano e non sapevo dove fosse il caso di voltarmi. Il tuo è il destino di cui voglio avere paura. Il tuo è il silenzio che voglio cantare. Il tuo è questo moto ininterrotto che muove le mani. Ti aspetto. Ti aspetto forte. Fortissimo.